È morto Arakawa, designer giapponese

>> giovedì 20 maggio 2010

L’artista e designer giapponese Shusaku Arakawa è morto in un ospedale di New York all’età di 73 anni. È stato uno dei protagonisti internazionali del concettualismo; negli anni Novanta, insieme alla moglie Gins, proclamando provocatoriamente di ’non voler morire’, lanciarono l’idea dell’’Architettura del Destino Reversibile’. In pratica teorizzò che la morte potesse essere battuta per via architettonica, creando ambienti che mettessero a disagio fisico gli occupanti. Si è guadagnato la fama di designer delle “case scomode”; il suo motto era: “Le persone non dovrebbero adagiarsi in situazioni confortevoli o accelereranno il loro declino”.
Alcune istituzioni accademiche come l’Universita’ di Parigi, quella della Pennsylvania e la Slough Foundation, hanno organizzato in passato una serie di conferenze internazionali sulle teorie di Arakawa e Gins. Sostenuti anche dall’approvazione di filosofe del calibro di Catherine Malabou e Dorothea Olkowski, Arakawa e Gins hanno girato per il mondo a costruire installazioni per parchi pubblici, loft, hotel, complessi residenziali e abitazioni monofamiliari.
Da Parigi a Tokyo, passando per New York e Firenze, il duo ha creato strutture che sfidano la proporzionalità e ingannano i sensi dell’osservatore: pavimenti inclinati, finestre sghim-besce, stanze asimmetriche. Le case sembrano avere troppe entrate e niente finestre. Anche i colori, innaturali sono stati concepiti per scioccare.
Prima di dedicarsi all’’Architettura del Destino Reversibile’, Arakawa e’ stato uno dei principali protagonisti del concettualismo internazionale, esponendo i suoi quadri in musei e
gallerie in Giappone, Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Germania e in Italia. Nelle sue tele figurano linee, frecce in direzioni opposte, parole sparse, come quelle che risuonano nella mente, immerse in uno spazio grigio, vuoto, “blank”. Quel “blank” nominato in un articolo di Italo Calvino pubblicato nel 1985: “Blank è il colore della mente, un colore che non riusciamo mai a vedere: solo lo sguardo di Arakawa è cosi’ veloce che riesce a cogliere il vero colore e a comunicarcelo”.

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